Lea Pellegrino 23 dicembre 2013


Testamento biologico: lo stato vegetativo permanente


L'esigenza del rispetto della volontà del paziente in caso di sopraggiunta incapacità decisionale.


Stato vegetativo permanente

La Corte di Assise di Firenze nel 1990 stabiliva che, nel diritto di ciascuno di disporre, in maniera esclusiva, della propria salute ed integrità personale, pur nei limiti previsti dall’ordinamento, non può che essere ricompreso il diritto di rifiutare le cure mediche.

Ma se il soggetto è in uno stato vegetativo, la questione è di difficile gestione.

Quale valore è da attribuire alla volontà del soggetto malato, circa il trattamento terapeutico ed assistenziale da praticare specialmente quando il soggetto non è più capace di intendere e di volere.

Infatti, l’’interruzione delle cure che consentono il prolungamento dello stato vegetativo permanente è un’argomento scottante che ha suscitato molte polemiche.

L’orientamento dottrinale maggioritario considera gli istituti previsti dal codice civile, volti alla  protezione degli incapaci, inadeguati allo scopo poiché, mostrano maggiore interesse alla cura del profilo squisitamente patrimoniale piuttosto che  a quello avente come oggetto lo sviluppo della personalità ai sensi dell’art. 2 Cost.

La Corte di appello di Milano, invece, con il decreto del 31/12/99 ha ribaltato tale tesi, e basandosi sul combinato disposto degli art. 357 e 424 c.c. ha affermato la legittimità del tutore, del soggetto in stato vegetativo,  a tutelare anche gli interessi non patrimoniali dello stesso, essendo il soggetto deputato alla sua cura.

Rispetto  alla questione relativa al mantenimento dei trattamenti di “ life saving”,(e cioè, l’idratazione, l’alimentazione artificiale ecc.), per le persone in stato vegetativo permanente, però, i giudici milanesi hanno respinto l’istanza volta ad ottenere l’interruzione di  tali trattamenti, dando vita, così ad una contraddizione in termini.

Infatti, la Corte fonda le radici i tale assunto sulla inesistente distinzione  tra vita biologica e vita di relazione; legge n° 578 del ’93, all’art. 1, identifica la morte con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo.

Sta di fatto che se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita il medico non può non tenere conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso (art.34 del Codice di deontologia medica del 1998).

Resta il fatto che, il consenso, per poter essere rilevante, deve essere espresso da un soggetto capace di intendere e di volere.

 




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