Lea Pellegrino 28 maggio 2011


Il giubbino rifrangente per i ciclisti: più che obbligo, una tutela


Legge che preserva piuttiosto che punire.


L’Etsc (l’organismo europeo per la sicurezza stradale, che funge da supporto alla commissione Ue) ha calcolato che – a parità di chilometri percorsi – chi va in bici rischia di morire in un incidente ben sette volte di più rispetto a chi viaggia in auto e che, il totale dei ciclisti morti in bici si nota poco solo perché in realtà questi utenti della strada percorrono distanze molto inferiori a chi usa un mezzo a motore.

Inoltre, in bici si resta feriti più gravemente, a causa di una protezione (come la carrozzeria di cui è dotata un’automobile).

La riforma del codice della strada (legge 120/10), che stabilisce l’obbligo di indossare il giubbino rifrangente (o catarifrangente) diventa anche per i ciclisti, però, vale solo in particolari casi: in tutte le gallerie e, se è buio, sulle strade extraurbane.

Appare ovvio che esistano inevitabili difficoltà che si presentano quando c’è da punire il conducente di una bici.

La possibilità di cui gode il trasgressore, di dichiarare generalità false, poiché, non è richiesta alcuna licenza di guida, permette allo stesso, che non abbia alcun documento di riconoscimento, di farla franca.

Alla luce di questa considerazione, è palese che l’utilità di questo indumento lo rende consigliabile sempre, tanto più che i rischi cui i ciclisti sono esposti sono statisticamente elevatissimi.

Dunque, il vero motivo, che deve spingere a indossare il giubbino, è il rischio a cui si va incontro se non si adoperasse, piuttosto che, la possibilità di essere multato dagli organi preposti.




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