Lea Pellegrino 22 marzo 2013


Giustificato rifiuto di svolgere la prestazione lavorativa in caso di demansionamento.


Il principio di autotutela nel contratto a prestazioni corrispettive.


Qualora il lavoratore, che  sia stato demansionato, rifiuti di effettuare la prestazione lavorativa, non può essere licenziato se il rifiuto sia proporzionato all’illegittimo comportamento del datore di lavoro e se il lavoratore sia in buona fede.

Lo ha affermato la suprema Corte che, in omaggio al principio  di autotutela nel contratto a prestazioni corrispettive (art. 1460 c.c.), ha affermato che il giudice, ove venga proposta dalla parte l’eccezione inadimplenti “non est adimplendum“, deve procedere ad una valutazione comparativa degli opposti inadempimenti, avuto riguardo anche alla loro proporzionalità rispetto alla funzione economico-sociale del contratto e alla loro rispettiva incidenza sull’equilibrio sinallagmatico (sulle posizioni delle parti e sugli interessi delle stesse).

Per cui, qualora lo stesso rilevi che l’inadempimento della parte nei cui confronti è opposta l’eccezione non è grave ovvero, ha scarsa importanza, (in relazione all’interesse dell’altra parte a norma dell’art. 1455 cod. civ.), deve ritenersi che il rifiuto di quest’ultima di adempiere la propria obbligazione non sia di buona fede e, quindi, non sia giustificato ai sensi dell’art. 1460, comma 2, cod. civ. (Cass. civ. sez. Lav. n. 1693/2013).




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